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La motivazione nello sport

Dott.ssa Solidea Valente

La motivazione è il propulsore del comportamento umano, una spinta endogena che muove l’individuo verso il raggiungimento dei suoi obiettivi. Viene definita anche energia vitale, in quanto fonte energetica dell’azione umana. L’energia è legata all’attivazione fisiologica e all’attivazione psicologia. Ed è proprio il fattore psicologico che orienta e dirige il comportamento. La motivazione influisce sull’impegno messo per raggiungere gli obiettivi e sulla resistenza di fronte ai fallimenti e alle difficoltà.
Nello sport la motivazione è un elemento fondamentale, un agente fisiologico, cognitivo, emotivo, che organizza il comportamento dell’individuo verso uno scopo preciso, ovvero la soddisfazione di un bisogno.
Sono state avanzate moltissime teorie inerenti alle motivazioni: dall’idea freudiana sugli istinti inconsci, alla negazione comportamentistica di tutto ciò che non è osservabile, fino ai più recenti studi inerenti al rapporto motivazione-cognizione.
Nel contesto sportivo, si può citare la teoria di Terreni e Occhini (1997), articolata in tre momenti costitutivi:

  • la scelta, ovvero una valutazione degli elementi pro e contro un’attività sportiva, con conseguente presa in esame di tutte le alternative possibili, sia a livello soggettivo che oggettivo;
  • la decisione di praticare sport, inteso come effetto conseguente alla scelta svolta;
  • l’attuazione, ovvero l’atto concreto della pratica sportiva, come conseguenza della scelta e della decisione presa.
    Una distinzione importante va fatta se consideriamo motivazioni innate, ovvero connaturate ai bisogni fisiologici fondamentali nell’uomo, oppure se consideriamo motivazioni derivate da apprendimenti legati a condizionamenti culturali: parliamo allora, nel primo caso, di motivazioni primarie e, nel secondo caso, di motivazioni secondarie. Sono questi due termini che rimandano ad una scala gerarchica dei bisogni, che presuppone la condizione che solo una volta esauriti i bisogni primari sia poi possibile, in seguito, il soddisfacimento di quelli secondari. Maslow ha messo in sequenza e ordinato i bisogni secondo una struttura a piramide.
    La struttura vede alla base i bisogni fisiologici (fame, sete, per esempio) la cui soddisfazione garantisce la sopravvivenza dell’individuo, cui seguono i bisogni di sicurezza (bisogno di protezione o di evitamento del pericolo), sui quali poi si innestano i bisogni di appartenenza (bisogno di affiliazione, di accettazione, di amore). I bisogni di stima (desiderio di successo, bisogno di essere apprezzati) scaturiscono dalla soddisfazione di quanto elencato precedentemente, così come i bisogni di autorealizzazione, o metabisogni (senso di giustizia, qualità spirituali, piena realizzazione delle proprie potenzialità). Maslow sostiene che, una volta soddisfatti, i bisogni alla base della piramide scompaiono, in quanto sono bisogni di carenza, mentre quelli ai vertici continuano a crescere anche una volta soddisfatti, in quanto sono bisogni di crescita. La piramide di Maslow ci aiuta a capire e a valutare in caso di calo di motivazione quale sia la vera motivazione che muove l’atleta nella pratica sportiva, quale bisogno cerca di soddisfare. E’ molto comune trovare atleti che all’apice del loro successo perdono la motivazione, l’entusiasmo. Le cause possono essere tante: dal raggiungimento dell’autorealizzazione alla stabilità economica. Quindi è fondamentale capire a fondo la motivazione che spinge l’atleta nel perseguire il suo sport.

Bullismo e Cyberbullismo

Oggi vorrei porre l’attenzione sulla differenza che intercorre tra Bullismo e Cyberbullismo.

Il termine italiano bullismo è la traduzione letterale della parola inglese “bullying”, termine ormai comunemente usato nella letteratura internazionale per indicare il fenomeno delle prepotenze tra pari. In generale il bullismo può essere opera di un singolo o di un gruppo di individui.

Il Bullismo indica lo squilibrio di potere presente tra il bullo, ossia colui che pone in atto la prevaricazione e la vittima, ossia colui che la subisce. Nel bullismo deve esistere una asimmetria nella relazione, poiché se due studenti, aventi la stessa forza fisica o psicologica, litigano o discutono, non si ha bullismo. Affinché una relazione tra soggetti possa prendere il nome di bullismo è necessario che ci si riferisca ad una violenza fisica, verbale o psicologica (o indiretta), ripetuta e protratta nel tempo, in cui vi è squilibrio tra prevaricatore e vittima.

I tre aspetti rilevanti per poter definire il bullismo sono:

L’intenzionalità, ossia quando il bullo (prevaricatore) pone in atto intenzionalmente dei comportamenti fisici o verbali o psicologici, finalizzati ad offendere o ad arrecare danno o disagio all’altro. Il bullo agisce con il preciso obiettivo di dominare l’altro;

La persistenza, ossia la reiterazione della prevaricazione protratta nel tempo. Il fenomeno da aggressivo diventa persecutorio proprio perché si riattiva sistematicamente tutte le volte che vittima e persecutore si incontrano. Le azioni aggressive perdurano nel tempo con un’intensità tale da ledere l’autostima della vittima;

L’asimmetria, ossia il disequilibrio di forza tra colui che prevarica e colui che subisce, in quanto non è in grado di difendersi. Tale disequilibrio può essere imputato ad alcune componenti quali: la maggiore forza fisica, l’età, il sesso, il numero di autori della condotta aggressiva, la conoscenza degli ambienti in cui avvengono i fatti, la superiorità linguistica del bullo, il potere relazionale, ecc.

Il cyberbullying, tradotto in italiano con il termine “cyberbullismo” o “bullismo elettronico/digitale”, rappresenta una nuova forma di bullismo, che fa uso dei nuovi mezzi tecnologici (e-mail, telefono cellulari, tablet, pc, blog, sito web o messaggistica istantanea), per molestare i pari.

Rappresenta una variante del bullismo “tradizionale”. Il cyberbullismo coinvolge bambini e adolescenti sia come vittime che come perpetratori in attività violente, pericolose e minacciose nel cyberspazio.

Gli elementi chiavi di prepotenza online sono gli stessi del bullismo tradizionale (violenza intenzionale e ripetuta tra ragazzi non di pari forza), con l’aggiunta dell’utilizzo di mezzi elettronici.

Nel bullismo tradizionale la forza dell’asimmetria può essere fisica o sociale, nel bullismo elettronico la forza si esplica attraverso la competenza o conoscenza, nonché con il possesso di informazioni o foto o video che vengono utilizzati per arrecare danno.

Per molti anni il bullismo elettronico è stato considerato l’evoluzione tecnologica di quello tradizionale, considerando identiche anche le caratteristiche. Nelle varie ricerche effettuate, però, si è notato come il cyberbullismo sia più pericoloso del bullismo tradizionale per la presenza di due fattori fondamentali: l’anonimato e la diffusione pubblica delle immagini/video.

Per concludere vorrei sottolineare la pericolosità delle conseguenze del cyberbullismo in quanto rispetto a quelle del bullismo tradizionale, la ripetitività degli attacchi  può avvenire 24 ore su 24, sette giorni su sette, e soprattutto possono rimanere sul web a lungo termine.

Dott.ssa Solidea Valente